
Gentile iscritto di Forum Iustitia et Veritas
25-12-2025
mentre ci avviciniamo alla conclusione di questo 2025, è necessario fare un bilancio sincero e lucido di ciò che abbiamo vissuto. È stato un anno funesto, segnato da eventi che hanno cambiato profondamente gli equilibri mondiali e che continuano a minacciare la pace e la sicurezza dei popoli europei.
La guerra tra Russia e Ucraina continua a mietere vittime e distruzioni, trascinandosi in un conflitto che sembra non avere fine e che ha provocato conseguenze devastanti non solo per i popoli direttamente coinvolti, ma per l’intera Europa: crisi energetica, inflazione galoppante, impoverimento delle famiglie.
In Medio Oriente, il conflitto tra Palestina e Israele è esploso nuovamente con violenza inaudita, riportando alla ribalta una questione che da decenni insanguina quella terra e che sembra più lontana che mai da una soluzione pacifica.
E in tutto questo, qual è stato il ruolo della cosiddetta “democratica” Unione Europea? Quella stessa istituzione che si riempie la bocca di parole come pace, diritti umani e dialogo? La realtà è ben diversa dalle belle parole. L’Unione Europea, lungi dal promuovere la diplomazia e la de-escalation, ha soffiato su ogni focolare, alimentando le fiamme invece di spegnerle. Ha inviato armi, imposto sanzioni che hanno danneggiato soprattutto noi cittadini europei, alimentato la retorica bellicista che ci sta portando sempre più vicini a una guerra che nessuno vuole ma che sembra inevitabile.
La “democratica” Unione Europea (tanto democratica che le decisioni più importanti vengono prese da burocrati non eletti) sta deliberatamente portando la guerra nelle nostre case. Non solo metaforicamente, attraverso il deterioramento delle nostre condizioni economiche, ma concretamente, con la prospettiva sempre più reale che i nostri giovani possano essere chiamati a combattere in conflitti che non ci appartengono.
È questo il futuro che vogliamo per l’Italia? È questo il prezzo che siamo disposti a pagare per rimanere in un’Unione che tradisce sistematicamente i suoi stessi principi fondativi?
Noi continuiamo a combattere con determinazione per difondere un’informazione libera e non censurata, per restituire ai cittadini quella verità che i media mainstream sistematicamente occultano o distorcono. Continueremo a spiegare, con fatti e argomenti concreti, come questa Unione Europea non ci rappresenti più, come abbia tradito ormai da anni i principi su cui si fondava e come sia diventata una struttura estranea agli interessi e ai valori del popolo italiano. Ma sopratutto, continueremo a lavorare insacabilmente per raggiungere il nostro obiettivo fondamentale: portare l’Italia fuori da questa organizzazione che ha dimostrato di servire interessi diversi da quelli dei cittadini europei. Recuperare la nostra piena sovranità nazionale è la condizione necessaria per costruire un futuro di vera democrazia, prosperità e pace.
Approfittiamo per augurarti un Buon Natale e Felice Anno Nuovo
Stefano Chiesi Mazzanti
Segretario Nazionale FORUM-Iustitia et Veritas
Leggi italiane per agricoltori italiani: è tempo di liberarci dai vincoli europei
18-12-2025
I regolamenti imposti dall’Unione Europea stanno soffocando l’agricoltura italiana. Normative pensate per un mercato unico che non tiene conto delle specificità del nostro territorio, delle nostre tradizioni produttive, delle caratteristiche uniche del Made in Italy agroalimentare. Il risultato? Un sistema di regole che interferisce in modo devastante sull’economia degli agricoltori italiani, penalizzandoli rispetto ai concorrenti stranieri che spesso operano con standard qualitativi e ambientali molto inferiori ai nostri.
Uscire dall’Unione Europea significa innanzitutto ridare voce e dignità al Made in Italy agricolo. Significa permettere ai nostri agricoltori di produrre secondo criteri pensati per la nostra realtà, non per quella tedesca, francese o olandese. Significa proteggere le eccellenze che tutto il mondo ci invidia: dal Parmigiano Reggiano al Prosecco, dall’olio extravergine di oliva ai pomodori San Marzano, dai grani antichi alle DOP e IGP che caratterizzano ogni angolo d’Italia.
Oggi troppi agricoltori italiani sono costretti a una scelta disperata: buttare il proprio raccolto perché non “competitivo” con i prodotti di altri paesi. Ma come può essere competitivo un pomodoro italiano coltivato con passione, rispettando la terra e i tempi naturali, quando deve competere con produzioni intensive del Nord Africa o dell’Est Europa dove i costi sono una frazione dei nostri e i controlli sulla qualità quasi inesistenti?
Come può essere competitivo il grano duro italiano, eccellenza mondiale per la pasta, quando deve confrontarsi con importazioni massicce di grano canadese di qualità inferiore ma a prezzi stracciati? Come possono sopravvivere i nostri allevatori quando la carne argentina o brasiliana invade il mercato europeo senza gli stessi vincoli sanitari e ambientali che vengono imposti a loro?
L’Unione Europea ci impone di aprire le porte a prodotti che non rispettano i nostri standard, mentre soffoca i nostri agricoltori con burocrazia, vincoli assurdi e mancanza di protezione. Ci obbliga a importare ciò che potremmo produrre noi, distruggendo la nostra sovranità alimentare.
Basta! È tempo di riprenderci il controllo delle nostre politiche agricole. È tempo di leggi italiane fatte per agricoltori italiani, pensate per proteggere chi lavora la nostra terra con dedizione e qualità. È tempo di uscire da un sistema che ci sta condannando all’estinzione.
Stefano Chiesi Mazzanti
Segretario Nazionale
FORUM-Iustitia et Veritas
Credi ancora nell’UE ?
26-10-2025
Nel 2025, in piena crisi economica e sociale, c’è ancora chi si ostina a credere nell’Unione Europea come se fosse una religione.
È incredibile, quasi surreale. L’Italia era la quarta potenza economica del mondo quando i nostri politici, in un momento di euforia europeista, decisero di buttarci a capofitto nel progetto dell’euro. Ci hanno venduto il sogno di una moneta forte, stabile, che ci avrebbe portato prosperità e sicurezza.
La realtà? Esattamente l’opposto. Abbiamo perso la nostra sovranità economica, consegnando le chiavi della politica monetaria a una Banca Centrale Europea che risponde agli interessi tedeschi, non certo a quelli italiani. Abbiamo accettato vincoli di bilancio assurdi che ci hanno impedito di investire quando ce n’era bisogno. Abbiamo assistito impotenti alla desertificazione industriale di intere regioni, mentre la Germania accumulava surplus commerciali anno dopo anno sulle nostre spalle fino ad oggi che comincia a vacillare anch’essa.
Eppure c’è ancora chi difende questo sistema. Chi sostiene che senza l’euro saremmo finiti come l’Argentina. Chi ripete slogan vuoti su “più Europa” come soluzione a problemi creati proprio dall’Europa. È davvero così difficile guardare i numeri? È così complicato ammettere che forse, solo forse, quella scelta del passato è stata un errore colossale?
FORUM-Iustitia et Veritas
Le Flottille: Strumento di destabilizzazione dei governi europei di centro-destra?
8-10-2025
Negli ultimi anni, il concetto di flottille ha assunto una rilevanza sempre maggiore nei dibattiti geopolitici, in particolare nell’ambito delle tensioni internazionali che coinvolgono il Medio Oriente. Tuttavia, alcuni analisti e commentatori sostengono che questa iniziativa, apparentemente umanitaria, possa in realtà rappresentare un veicolo per interessi più ampi e spesso oscuri, tra cui l’azione di attori globali come il World Economic Forum (WEF). Da una parte, si presenta come un movimento di solidarietà verso i popoli oppressi; dall’altra, esso potrebbe rivelarsi uno strumento di destabilizzazione per i governi europei di centro-destra per paura di perdere il loro potere incontrastato fino ad ora.
Le flottille hanno guadagnato notorietà nel contesto del conflitto Israelo-Palestinese, presentandosi come missioni pacifiste destinate a portare aiuti umanitari nelle aree più colpite del conflitto. Tuttavia, le domande riguardo la loro reale motivazione e gli interessi sottostanti non possono essere ignorate. L’idea che il WEF, un’organizzazione internazionale impegnata nella promozione della cooperazione economica e politica tra le nazioni, possa sfruttare tali eventi per minare la stabilità dei governi di destra in Europa.
Il WEF, fondato da Klaus Schwab, ha storicamente sostenuto l’idea di un’“economia inclusiva” e ha cercato di promuovere politiche progressiste in diverse nazioni. Questi sforzi sono stati spesso accolti negativamente dai governi di centro-destra, che temono un’influenza eccessiva delle istituzioni sovranazionali sulle politiche nazionali. In questo contesto, la flottille rappresenterebbe un’opportunità per mettere in difficoltà tali governi, creando divisioni interne, alimentando proteste e instabilità sociale, e distogliendo l’attenzione dalle problematiche politiche ed economiche interne.
Non si può negare il genocidio che Israele perpetua su Gaza ma la situazione che è andata a crearsi è ben più complessa e piena di sfaccettature Gli eventi recenti hanno riacceso le fiamme del conflitto, richiamando l’attenzione internazionale e mobilitando l’opinione pubblica. Tuttavia, mentre le immagini dei morti e delle distruzioni continuano a colpire le coscienze, è legittimo chiedersi se coloro che si affrettano a organizzare e partecipare a flottille stiano realmente agendo per il bene dei palestinesi o se stiano, in realtà, perseguendo obiettivi politici più ampi.
Ci sono segnali che suggeriscono la possibilità che le azioni associate alle flottille siano state strumentalizzate da vari gruppi ideologici per indebolire i governi europei con posizioni contrarie alle narrative progressiste. Nonostante i proclami di solidarietà, l’utilizzo della questione palestinese come strumento di lotta politica in Europa non è una novità. Le elezioni in vari paesi hanno visto emergere temi legati alla crisi in Medio Oriente, collegati a una retorica anti-immigrazione o anti-globalizzazione, tipica delle forze di destra.
Le flottille, quindi, potrebbero risultare un modo per radicalizzare la discussione pubblica, polarizzando ulteriormente le posizioni e favorendo l’emergere di movimenti populisti contro le élite governative percepite come lontane dai bisogni dei cittadini. Mentre alcuni gruppi di sinistra vedono nelle flottille una forma di attivismo legittima e necessaria, altri criticano l’approccio, sottolineando come possa contribuire ad aumentare le tensioni e a far crescere il risentimento tra le popolazioni.
È vero che esiste una disconnessione tra i governi e i loro cittadini, specialmente in tempi di crisi economica e sociale. La risposta delle autorità europee alle crisi umanitarie, compresa quella di Gaza, è spesso vista come insufficiente e tardiva. Questo malcontento può essere facilmente capitalizzato da forze esterne che si propongono di promuovere il cambiamento.
L’aspetto più critico è comprendere chi trae vantaggio dalle tensioni generate da questo genocidio. Se da un lato le flottille possono apparire come iniziative nobili, dall’altro il loro potenziale uso strumentale da parte di gruppi con interessi politici specifici deve sollevare interrogativi. Sono realmente un atto di solidarietà internazionale o piuttosto un modo per alimentare conflitti interni in Europa?
In conclusione, la questione della flottille e del suo ruolo nel contesto europeo è complessa e sfumata. Mentre l’immagine di navi cariche di aiuti umanitari può suscitare sentimenti di compassione e giustizia, è fondamentale mantenere uno sguardo critico su ciò che vi sta dietro. La possibilità che strumenti come la flottille vengano utilizzati per destabilizzare governi di centro-destra mette in luce la necessità di una maggiore consapevolezza sui meccanismi di manipolazione politica in un mondo dove le linee tra solidarietà e strumentalizzazione possono essere sottili e ingannevoli. In ultima analisi, è cruciale che la comunità internazionale rifletta sulla vera natura delle sue azioni e si impegni a promuovere un dialogo costruttivo, evitando che buone intenzioni si trasformino in conflitti all’interno delle proprie società.
Stefano Chiesi Mazzanti
FORUM-Iustitia et Veritas
La strumentalizzazione del dolore: un pericolo per la verità e la giustizia
2-10-2025
In un’epoca in cui il dibattito politico sembra essere sempre più polarizzato, è fondamentale analizzare come tragedie umane, come il genocidio di interi popoli, vengano strumentalizzate per avvantaggiare specifici schieramenti politici. Recentemente, assistiamo a una crescente tendenza a etichettare le manifestazioni di solidarietà verso la Palestina come esclusivamente di sinistra, riducendo così questioni complesse a mere contrapposizioni ideologiche.
La realtà è ben diversa: manifestare a favore della Palestina non dovrebbe essere considerato un atto partisan, ma piuttosto un richiamo a un senso di giustizia e verità. La storia recente ci insegna che dietro ogni conflitto c’è un’umanità sofferente, decimata da violenze inenarrabili. Negare l’umanità di un popolo per ragioni politiche è una prassi squallida che non fa altro che perpetuare il ciclo di odio e divisione.
È ora di smettere di ricorrere a categorizzazioni semplicistiche che riducono le questioni complesse a battaglie ideologiche. Il mantra “dividi et impera” sembra essere il filo conduttore di molti politici contemporanei, che sfruttano i conflitti per mantenere il proprio potere, alimentando tensioni sociali e culturali. Questa strategia di divisione può funzionare nel breve termine, ma a lungo andare provoca solo disgregazione e confusione.
La lotta per la giustizia non ha colore politico. Essa riguarda la dignità e il rispetto per i diritti umani universali. Dobbiamo quindi chiederci se vogliamo essere complici di questo gioco politico o se, al contrario, siamo pronti a unirci in nome della verità e della giustizia, al di là delle etichette. In un mondo sempre più interconnesso, è responsabilità di ciascuno di noi combattere contro la banalizzazione dei conflitti e lavorare per una comprensione più profonda delle cause e delle conseguenze delle sofferenze umane.
Solo così possiamo sperare di costruire un futuro in cui il dolore degli altri non venga mai più utilizzato come strumento di potere.
Stefano Chiesi Mazzanti – FORUM-Iustitia et Veritas
FORUM-Iustita et Veritas non riconosce l’Unione Europea
7-9-2025
Il tempo a nostra disposizione sta ormai esaurendosi. Questa Unione Europea si sta rivelando un male insidioso, una minaccia che potrebbe portare alla nostra rovina e alla totale perdita della nostra identità e sovranità. È fondamentale che, prima di tutto, rifiutiamo di riconoscerla come legittima e legale, e che ci opponiamo con fermezza alle sue regole oppressive e dannose. Solo attraverso un deciso rifiuto e una presa di posizione consapevole potremo preservare i nostri valori, la nostra autonomia e il nostro futuro. È il momento di agire con determinazione e di difendere con coraggio ciò che ci appartiene di diritto. È fondamentale che ognuno di noi si impegni a non cedere ai ricatti o alle pressioni che le regole e le norme stabilite dalla Commissione Europea ci impongono. Questo impegno deve essere mantenuto non solo nelle questioni di grande rilevanza, ma anche nelle piccole cose quotidiane, perché sono proprio queste azioni apparentemente minori a costruire un comportamento coerente e forte. Solo attraverso un impegno individuale e condiviso potremo proteggere i nostri interessi e preservare la nostra autonomia, rispettando le regole senza lasciarci intimidire, e contribuendo a creare un futuro più giusto e sostenibile per tutti nell’attesa di sferrare il colpo fatale.
Lettera a chi non crede più alla politica e che non vota
21-09-2025
Effettivamente il problema fondamentale riguarda la corruzione e l’incompetenza di molti politici, spesso coinvolti in scandali, fatti sparire o manipolati in modi discutibili. Concordo anche con te nel ritenere che la vera questione non siano tanto i governi negli ultimi anni sono stati al potere, quanto piuttosto il ruolo dell’èlite globale, che spesso agiscono dietro le quinte per influenzare le decisioni e il destino del nostro Paese.
Tuttavia, ti invito a riflettere su alcune questioni cruciali. Immaginiamo che il popolo si risvegli, si mobiliti e decida di ribellarsi, magari anche con proteste forti e azioni di disobbedienza civile, fino a “prendere a calci in culo” tutti i Parlamentari. Dopo questa rivoluzione, chi avrebbe il potere? Chi sostituirebbe le vecchie élite? Potrebbe essere qualcuno non scelto dal popolo, magari ancora più distante dai bisogni e dalle aspettative della cittadinanza, o addirittura un sistema più autoritario e meno trasparente a tal punto da abrogare le elezioni che molti di voi detestano.
Inoltre, ci sono altre domande fondamentali da porsi. Chi si occuperebbe delle pensioni, quelle di disabilità? Chi gestirebbe l’istruzione e i servizi pubblici? Sono interrogativi che non possiamo ignorare, perché un cambiamento radicale senza un piano chiaro può portare a conseguenze imprevedibili, anche peggiori di quelle che stiamo vivendo ora. Rischiamo di aprire le porte a forme di dittatura ancora più oppressiva, con un sistema che potrebbe risultare più autoritario e meno democratico di quello attuale.
Per questo crediamo che la disobbedienza civile sia solo un primo passo, un mezzo per risvegliare le coscienze e mettere in moto il cambiamento. Tuttavia, il vero obiettivo deve essere quello di mantenere e ricostruire una struttura politica solida, trasparente e rappresentativa, attraverso il coinvolgimento di persone nuove, oneste e competenti. Solo così potremo sperare di creare un futuro diverso, più giusto e più libero.
Vedi molte volte sento dire che si stava meglio una volta, che i tempi passati erano più semplici e più autentici, e che forse avremmo dovuto apprezzare di più quei periodi. Tuttavia, ci chiediamo davvero se noi tutti riusciremmo a vivere senza la corrente elettrica? La corrente elettrica ha rivoluzionato la nostra quotidianità, rendendo possibile l’illuminazione delle case, il funzionamento degli elettrodomestici, le comunicazioni, e l’accesso a una miriade di servizi che consideriamo ormai indispensabili. Senza di essa, dovremmo tornare a metodi più antichi e meno efficienti per illuminare le nostre case, conservare il cibo, comunicare con gli altri o lavorare. Potremmo adattarci, forse, ma a quale prezzo? La comodità, la velocità e le opportunità che ci offre la tecnologia moderna sono diventate parti integranti della nostra vita quotidiana. Quindi, anche se nostalgia e ricordi del passato sono validi e affascinanti, è difficile immaginare un ritorno completo a quei tempi senza la presenza della corrente elettrica, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e interagire.
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